Perù – parte seconda

Arequipa si trova  a 2335 metri e il passaggio da questa città serve, oltre che per visitarla, come tappa di acclimatamento alle alte quote che ci attendono nei prossimi giorni. Non è raro, infatti, che i viaggiatori non abituati a queste altezze vengano colpiti dal “Soroche” come qui viene chiamato il mal di montagna. Secondo la tradizione il nome di Arequipa deriva dalla lingua quechua. Quando i sudditi dell’Inca Mayta Cápac, meravigliati dalla bellezza della valle del Chili, gli chiesero il permesso di fermarsi e costruire una città, egli rispose Ari qhipay, cioè sì, fermatevi qui. Noi arriviamo ad Arequipa il 15 di agosto che coincide con la festa della fondazione e troviamo la città piena di bande musicali e gente in costume tipico e presto siamo avvolti dai colori sgargianti e dalle musiche che si ascoltano in tutto il centro della città. Viene chiamata la Città Bianca per via dei principali monumenti costruiti nell’epoca coloniale spagnola tutti con la pietra di questo colore. Dopo la Plaza des Armas andiamo a visitare il mercato per vivere qualche ora di folklore e queste sono due immagini:

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Il mais nero serve a preparare la Chicha, una bevanda leggermente alcolica che è molto usata dai peruviani ma che non è stata accolta con molto entusiasmo da noi. E poi centinaia di tipi di patate. Continuiamo quindi a camminare tra la folla fino a giungere al monastero di Santa Catalina. Non avrei mai immaginato un complesso di tali dimensioni e così ben conservato. Un intreccio di stradine e piazzette compongono un “paesino” all’interno delle mura che racchiudono questo convento fondato nel sedicesimo secolo abitato da diverse centinaia di monache ognuna in una casetta. Alcune di queste casette, a seconda di cosa poteva permettersi la famiglia della monaca, hanno più stanze e alcune anche il forno a legna e addirittura una camera per una domestica. E naturalmente i luoghi comuni di ritrovo, la mensa, il lavatoio. Oggi è una meta turistica. Ad Arequipa visitiamo anche il museo dove si conserva il corpo congelato, mantenuto a temperatura costante, di Juanita; una ragazza inca che fu sacrificata intorno al 1450. A quel tempo era usanza fare sacrifici umani per ingraziarsi le Divinità e le vittime venivano scelte giovani e belle. Juanita doveva avere 12 – 14 anni. La processione partiva da Cusco per raggiungere la vetta di una montagna e durante il viaggio alla vittima veniva data da bere la chicha e infusi di coca per resistere al freddo e alla fatica oltre che, sicuramente, per non farla pensare troppo. Dopo giorni di cammino impervio la processione arrivava sul punto del sacrificio, nel caso di Juanita il monte Ampato, e qui veniva violentemente colpita al capo con un bastone lasciandola morente di emorragia interna e assideramento. Sono state ritrovate altre mummie di altre ragazze sacrificate ma non in questo stato di conservazione. Si vede perfino la carne delle braccia e del volto. Non è stato permesso scattare delle foto ma l’emozione è tangibile nel vedere un essere umano che sembra quasi vivo, addormentato, sapendo che ha oltre 500 anni di età.

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 Riprendiamo quindi la salita e da oggi si fa sul serio in quanto è previsto lo “scollinamento” a  5200 metri con sosta presso il Mirador des Los Andes. L’autista del minibus ci offre qualcosa per alleviare gli eventuali sintomi del soroche: caramelle alla coca e foglie di coca da masticare o bere in infusione. Naturalmente legali in Perù.

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Facciamo delle soste per non forzare il nostro organismo e cominciamo a vedere i primi animali tipici del sud america: Alpaca, Lama e qualche Vigogna. E poi ci fermiamo per il pranzo in un luogo panoramico con bancarelle tipiche e tutto un affollamento di locali che vendono qualcosa e portano animali per fare delle foto con i turisti che poi lasciano una mancia.

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Nella foto sopra si legge la quota di 4335 ma il Mirador des Los Andes si trova a 5200 e quindi saliamo ancora e una volta arrivati facciamo molta attenzione ai segnali che il nostro organismo ci lancia. Cuore a oltre 150 pulsazioni al minuto, respirazione frequente e gambe molli mi consigliano di fare pochi passi e rientrare nel minibus onde evitare problemi maggiori. Una signora di un altro bus evidentemente troppo sicura di se è rovinosamente caduta priva di sensi facendosi anche del male. Restiamo circa 20 minuti alla quota massima e quindi cominciamo la discesa verso Chivay un piccolo paese ma coloratissimo. Noto che i paesi andini sono tenuti meglio di quelli lungo la costa attraversati nei primi giorni di viaggio. Non c’è quella sporcizia, quel disordine…Certo non sono la Svizzera ma si nota una certa cura. A Chivay abbiamo il tempo di fare un giro nel centro ma troviamo un vento freddo e restiamo poco. Il tempo di qualche foto:

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Il giorno seguente la partenza è alle 6 del mattino per arrivare alla Cruz del Condor e ammirare il volo di questi meravigliosi e rari uccelli.  La strada non è asfaltata e percorriamo i 50 km tra burroni paurosi e panorami straordinari non sapendo quale sensazione scegliere. Dal vivo si apprezza meglio che in foto il volo di questi enormi uccelli perché quando ti passano sopra a circa 15 – 20 metri senti perfino il fruscio delle piume. Qui a circa 4000 metri di quota essi sfruttano l’aria densa della mattina per sostenersi in un volo planato e non appena l’aria si riscalda volano via in cerca di cibo utilizzando, per risalire, le correnti ascensionali generate dal riscaldamento dell’aria. Questa è stata una delle più intense emozioni che la natura ha potuto darci in questo viaggio. Anche la notte ha il suo fascino. Alzando lo sguardo, io, appassionato di astronomia da oltre 30 anni, non riesco a distinguere le costellazioni che vedo per la prima volta dal vivo. La mia curiosità è tutta per la Croce del Sud e le Nubi di Magellano. Dopo un po di minuti necessari per abituare gli occhi all’oscurità totale riesco a vedere queste meraviglie del cielo australe.

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Riprendiamo la strada verso Puno che si trova proprio sulle sponde del lago Titicaca anch’esso a circa 4000 metri di quota. Arriviamo che è buio; la quota comincia a crearci qualche piccolo problema. Qualcuno di noi ha mal di testa, pressione alta e io personalmente ho un fischio alle orecchie e la notte mi sveglio con le mucose secche e mal di testa dovuto alla mancanza di ossigeno che a queste quote è meno della metà di quello a cui il mio organismo è normalmente abituato. Mi basta alzarmi dal letto e forzare un po la respirazione per far calmare il mal di testa ma il fischio alle orecchie rimane. Ma non ci si può fermare. Alle 8,30 usciamo e ci sorprende vedere le montagne intorno imbiancate di neve visto che oggi è il 17 agosto…..ma è già pronta la nostra imbarcazione per l’escursione sul lago Titicaca che ci porterà a vedere la vita degli indios Uros che vivono sulle isole galleggianti che loro stessi costruiscono con una pianta tipica: la totora. Intrecciando fittamente gli steli di questa pianta per prima cosa formano una isoletta di circa centro metri x cento e poi con la stessa totora costruiscono ogni cosa. Case, imbarcazioni e souvenir che poi vendono ai turisti. Abbiamo parlato con loro in castellano anche se non tutti lo parlano preferendo la loro lingua natia e abbiamo cercato di capire la loro vita fatta sicuramente di privazioni e di umidità ma a quanto pare a loro sta bene così. Ci hanno fatto salire su una di queste imbarcazioni con la quale ci hanno portato da un isola all’altra e, mentre i genitori pagaiavano, i bambini cantavano alcune canzoni tipiche.

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L’ escursione sul lago navigabile più alto del mondo (detto anche il Mare delle Ande) è poi proseguita arrivando fino ad una isola naturale che abbiamo attraversato a piedi risalendo fino al punto panoramico che ci ha dato la sensazione di essere naufraghi in quanto si vedeva acqua da tutti i lati mentre la costa era lontanissima e quasi invisibile. Un pranzo con musiche tipiche ha allietato il nostro riposo prima di riprendere l’imbarcazione per tornare a Puno.

Il giorno seguente è solo una tappa di spostamento con poche cose da vedere e la sera arriviamo nella città che fu la capitale dell’Impero Inca: Cusco.

Peru  FINE SECONDA PARTE

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Viaggi

2 Comments

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  1. ma un lago a quella quota come fa a non essere sempre ghiacciato?
    Ora puoi dire forte e chiaro che hai visto coi tuoi occhi la croce del sud e immagino tutta l’emozione che hai provato.
    Loro usano la totora come noi usammo il papiro. Non solo per la carta, ma a SR sono esposte vere e proprie imbarcazioni interamente fatti col papiro. Ora l’uso è abbandonato: è arrivata la signora plastica! E in Perù?

    “Un pranzo con musiche tipiche—“. A Oslo rimasi incantata davanti a dei suonatori peruviani che si esibivano per strada coi loro costumi coloratissimi e con strumenti strani. Una musica new age. Spero ne parlerai in seguito.

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    • No non ghiaccia perché sebbene sia a 4000 metri di quota si trova ad una latitudine equatoriale dove la temperatura non scende mai troppo. Infatti io sono andato nel loro pieno inverno e come vedi la neve era solo nelle colline intorno al lago e nelle vette più alte che ho visto in giro per il paese (6000 – 7000 metri).

      La plastica c’è anche ma gli Uros non la usano.

      Ho alcuni filmati con la loro musica mentre mangiamo…si, poi ne parlo.

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