Piccoli racconti dai viaggi: Hawaii

Un ora di volo da Catania a Roma; otto ore e mezza da Roma a New York; quasi cinque ore da New York a Los Angeles; altre quattro ore abbondanti da Los Angeles a Honolulu. E siamo alle Hawaii. Ho perso il conto del tempo e non so quante ore (comprese le soste negli aeroporti) siano trascorse dalla partenza né so che ora sia in Italia. Ma un viaggio è anche questo: libertà anche da se stessi; dal ruolo che recitiamo quotidianamente nella società. Naturalmente il conto lo ha tenuto per bene il mio organismo che mi chiede di dormire al più presto e infatti ogni attività è rimandata al pomeriggio. Il tipico residence coloratissimo con passerelle in legno e un sottofondo di una tipica melodia hawaiana ci accoglie e rapidamente entro nella mia camera e cado in un sonno profondo e senza sogni. Mi sveglio che è sera inoltrata e quindi addio pomeriggio a Pearl Harbour….Mi accorgo che anche gli altri del gruppo dormono profondamente e li lascio riposare. Saremo tutti pimpanti domani mattina. Mi sveglio prestissimo e fuori è ancora buio ma scendo ugualmente sulla sabbia umida ma piacevolmente tiepida. L’Oceano Pacifico è calmo e nero; nessuna musica intorno, nessun rumore. La città è lontana circa 10 km e le sue luci sono coperte dalla cresta delle verdissime montagne che avevo ammirato ieri durante l’atterraggio. Verso est il cielo comincia a scolorire e le prime forme arboree prendono corpo stagliandosi contro l’azzurro che si fa strada e quasi contemporaneamente, come se un direttore d’orchestra avesse dato l’avvio, milioni di uccelli cominciano il loro canto. Si, sono proprio alle Hawaii; le magiche isole in mezzo all’Oceano Pacifico. Ieri non avevo avuto il tempo nè la forza di rendermene conto ma da stamattina in poi voglio assaporare, godere ogni minuto di questo soggiorno.
Margherita arrivò silenziosamente (non per niente l’ho sempre chiamata “la gatta”) e mi abbracciò teneramente. In quel momento pensai che se qualcuno ci stesse guardando da lontano la scena sicuramente gli sarà apparsa come quella di un film….ma io e Margherita non stavamo insieme. Forse da anni ci stavamo rincorrendo e parallelamante respingendo come per mantenere quel limbo, quella zona neutrale che ci concede maggiore libertà e anche il dolce dolore delle cose volutamente perse. Non c’erano parole da dirsi in quel momento. La natura aveva la completa sovranità e tutto il palcoscenico. Alle nostre spalle il verde della vegetazione era ormai brillante e il sole cominciava la sua risalita.
A colazione eravamo tutti eccitati e il gruppo mi faceva continue domande sui programmi e su dettagli molti dei quali sconosciuti anche a me. Devo premettere che io ero l’accompagnatore di quel viaggio ma era anche per me la prima volta alle Hawaii e proprio quella mattina avremmo incontrato la guida locale. L’escursione prevista era un volo con un monomotore sull’isola di Maui. Raggiungemmo l’aeroporto di Kalaeloa a 25 km ad ovest di Honolulu. Bubba era il tipico americano fuggito da qualche polverosa contea del Texas per vivere una vita a ritmi più lenti incarnando il sogno di molti. Anche di molti di noi. Rapidamente fece una valutazione del peso di ognuno di noi e ci indicò dove sederci per una corretta distribuzione del carico sul piccolo Cessna e tutti avevano un bel finestrino per osservare e fotografare le meraviglie. Io presi posto proprio accanto al pilota e la mia vista era privilegiata ma d’altra parte, essendo l’unico a parlare inglese, era d’obbligo che mi mettessi al posto del co-pilota….per ogni eventualità. Volammo sul Pacifico per quasi due ore passando sopra l’isola di Moloka’i facendo un mezzo giro sul vulcano Mauna Loa e dopo l’ultimo tratto di mare arrivammo in vista della costa ovest di Maui delle sue vallate verdi con cascate a picco, rocce e alberi, improvvisi burroni e fiumi; nuvole e sole. Non si può stabilire una sequenza con cui le immagini si accalvallarono nella nostra mente; era un turbinio a seconda di come l’aereo si posizionasse. Non c’era il tempo di scattare una foto perchè l’altro versante pareva più bello e continuò così per circa un ora; il tempo necessario per fare un giro intorno alla prima montagna. Poi d’improvviso il pilota cominciò una discesa dirigendosi verso una strettissima vallata e la cosa curiosa era che nonostante ci avvicinassimo a oltre 200 km all’ora la vallata rimaneva sempre strettissima tanto che cominciai a dubitare che ci saremmo passati. Da dietro Monica mi urlò:”Ma è pazzo, non ci entriamo” e girandomi vidi che tutti cercavano di guardare dal vetro anteriore. Ma Bubba era sicuro di se e continuò la discesa fino a portarci non soltanto dentro la vallata ma addirittura a pochi metri dal fiume che vi scorreva dentro e, come se non bastasse, come se volesse darci una risposta, un altro aereo simile al nostro ci venne incontro nel senso opposto e ci passò accanto. Con una cabrata il pilota portò quindi l’aereo nuovamente in cima alle montagne, fece un paio di giri passando vicinissimo ad un costone da dove si partiva una cascata che pareva immobile completamente immersa in uno scenario verde e poi mise la prua in direzione Lanai che sorvolano a bassa quota per poi allinearci con una spiaggia colore oro dove fece posare dolcemente il piccolo aereo. Eravamo a Polihua beach; due km di sabbia tra le rocce vulcaniche e l’immenso Oceano Pacifico. Niente e nessuno intorno. Qui c’erano tre persone che ci aspettavano che avevano già preparato il barbecue dove stavano già cucinando pesce appena pescato. Ci fu il tempo di fare un bagno mentre finiva la cottura del pesce. Al margine della spiaggia, dove cominciava la vegetazione, i tre avevano montato una veranda di legno coperta da teli bianchi dove consumammo il nostro pasto guardando il mare e ascoltando i suoni della natura. Nella fascia tropicale i giorni non sono lunghi come durante la nostra estate e quindi, considerando le due ore di volo che ci aspettavano, verso le 15,00 risalimmo in aereo e dopo qualche sobbalzo sulla pista di sabbia, con una virata a sinistra puntammo in direzione Hilo per ritornare alla base. Il volo di ritorno fu per metà un continuo scambiarsi commenti ed emozioni mentre la seconda ora passò nel più completo silenzio e io mi godevo il sordo, monotono ma rassicurante rumore dell’elica cullato dal blu dell’oceano e del cielo in una surreale ninna nanna. Soddisfatto ed emozionato. Ne parlammo per tutto il resto del giorno e a sera andammo a dormire con quella meraviglia ancora negli occhi e nella mente. Ma le meraviglie sanno fare anche miracoli e quella stessa notte Margherita, emozionata e felice, decise che questo ricordo meritava di essere legato ad un evento speciale. E così fu. Il nuovo sole ci trovò abbracciati.

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2 Comments

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  1. viaggizuccherini 6 giugno 2015 — 13:10

    Bravissimo! Trasmetti tante emozioni con i tuoi racconti 🙂 il posto dalla tua descrizione è fantastico!

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  2. E’ sempre bello leggere questa tua esperienza di vita.

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